Porzione seconda: From the beetles to the Beatles

Posted on December 1, 2011

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Data l’esperienza di nove mesi da parte di Zoder in Siria, che gli ha permesso di imparare a contrattare meglio di un beduino, deleghiamo di fatto a lui tutti i compiti che prevedono il comunicare con gli abitanti del luogo, come il chiedere indicazioni, negoziare su un prezzo etc, nonostante qui ci si possa esprimere in una lingua che conosciamo. In ogni caso gli indiani parlano un inglese molto diverso e meno comprensibile di quello standard, e per rendere tutto più difficile, se non conoscono la risposta, tendono, per non apparire scortesi, a rispondere comunque e con convinzione con la prima stronzata che gli viene in mente.
La stazione degli autobus è un pulsante crogiuolo di pattume, liquami, storpi, merda, deiezioni, venditori ambulanti, cani (rabbiosi) e bancarelle con in vendita frutta e bibite tra cui spicca la Fanta di un arancione molto più acceso che all’Ovest e col tappo blu. Prendiamo un primo bus, a bordo del quale dopo un po’ ci fanno presente che ci siamo seduti nei posti riservati alle donne, cui sono riservati i posti anteriori, e ci fanno spostare dietro, ove debbono sedere i passeggeri dotati di membro e palle. Il tono però devo dire che è dei più ospitali e cordiali e la nostra presenza genera una certa curiosità.

Questo bus “urbano” ci conduce alla stazione dei bus a lunga percorrenza, tra i quali optiamo per il “Royal Cruiser”, dal nome promettente, fiduciosi di passare confortevolmente le ore di viaggio che ci attendono e di arrivare così freschi e riposati a destinazione. Manco a dirlo, il Royal Cruiser è un ritrovato bellico del tutto privo di ammortizzatori, il pilota è pazzo e passa tutto il tragitto a suonare ossessivamente il clacson. Il codice della strada qui è un po’ lo stesso della Siria, ovvero si suona il clacson per qualsiasi interazione col mondo esterno, al ritmo di una clacsonata ogni 4 secondi, fino a divenire quasi un contrappunto autoreferenziale alla guida che supera il concetto immediato di “Sto passando io, stronzo” perché non c’è prepotenza, anzi, chi riceve una clacsonata risponde e rilancia, col sorriso sulle labbra anche in caso di tragedia sfiorata, e questo per tutte le quattro ore e mezza di viaggio che io per questo motivo trascorrerò da sveglio. A metà strada (forse facendo all’uopo una cospicua deviazione) il bus fa sosta in una sorta di vivaio/ristorante dove siamo implicitamente invitati a mangiare, cosa che in effetti a quell’ora non guastava. Per il cibo e soprattutto per l’acqua qui in India non possiamo cazzeggiare e bisogna fare sul serio attenzione a ciò che ordiniamo, o le conseguenze potrebbero essere fatali.

Effettuato un altro cambio, saliamo a bordo di un altro bus “urbano”, questo il più fetido di tutti, lordo di bucce marce di frutta e noccioline e sul quale a turno salgono venditori ambulanti che offrono a loro volta altra frutta e noccioline, nemmeno loro tanto convinti della consistenza della loro attività e ignorati bellamente dalla quasi totalità dei presenti. La biosfera offertaci del panorama comincia a popolarsi di animali come le vacche, parte integrante del traffico, che vanno ad aggiungersi ai cani (rabbiosi) e fanno per la prima volta la loro comparsa le temibili scimmie, portatrici di ogni tipo di malattia letale. Scorgiamo in lontananza anche dei bambini che qui sono ancora capaci, come una volta, di divertirsi in strada con giochi semplici, come incendiare oggetti vari nella piana di un affluente secco del Gange tra uno scheletro di mucca e l’altro. Siamo quasi giunti al traguardo, ma in serbo per noi c’è ancora un’ultima porzione di viaggio da trascorrere a bordo di un risciò a motore, mezzo molto simile alle nostre apecar Piaggio, che ci condurrà, se Visnu vuole, al nostro albergo. Zoder contratta a lungo e dopo aver sapientemente minacciato per tre volte di sospendere le trattative, strappa al tassinaro il vantaggioso prezzo di 120 rupie (meno di due euro) per tutti e quattro. Lungo la ripidissima salita il conducente si ferma due volte per riavviare il motore, ma siamo finalmente a Rishikesh, città di vacche e di guru, nella quale nel 1968 giunsero i Beatles (che qui composero gran parte del White Album) e che ora stava per ospitare le gesta di altri favolosi quattro Fab Four…

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