Fetta terza: Dal Gange alla ganja

Posted on December 2, 2011

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Il nostro alloggio a Rishikesh è il Green Hills, una sorta di cottage in cima a uno dei molti ripidi colli di questa zona. Siamo all’estremo nord dell’India, molto prossimi al Nepal e al massiccio dell’Himalaya da cui sgorga il Gange (qui chiamato “Ganga”), il protagonista assoluto di qualsivoglia attività svolta in queste terre. A Rishikesh infatti si può praticare rafting nel fiume sacro mentre magari a qualche centinaio di metri più a valle ci sono fedeli che si immergono e  praticano i loro culti, un po’ come se la domenica mattina ci fossero gare di motocross in piazza San Pietro. Se a sport estremi e pellegrinaggi religiosi aggiungiamo il grande assortimento di corsi e workshop di yoga, tantra, massaggi e meditazione tenuti dagli innumerevoli guru presenti in zona, possiamo facilmente immaginare quanto Rishikesh sia piena di turisti occidentali vogliosi di fornire una cornice esotico-spirituale allo scopare promiscuamente e al drogarsi. Ovviamente, e lo dico anche ai miei avvocati, noi non abbiamo preso parte a nessuna di queste due attività.

Ci sistemiamo nelle nostre due stanze doppie al Green Hills, che non sono malaccio, certo i letti sono delle tavole di legno con un materasso sottilissimo, l’acqua più calda è a temperatura ambiente, ma il fatto positivo è che i bagni sono all’occidentale e ivi possiamo quindi svuotare serenamente i nostri intestini. Zoder trova addirittura che la sua stanza sia la migliore che ha trovato da quando è in India. Il morale è alto. Al crepuscolo notiamo tuttavia un’inquietante affluenza di zanzare che speriamo non siano anofeli, ma nel dubbio di rischio malarico io e Alessandro (Zoder e Nils sono dotati di una zanzariera matrimoniale da viaggio) ci precipitiamo al minimarket più vicino ad acquistare otto zampironi di marca “POISON”, che scopriremo capaci di debellare anche la presenza umana oltre che quella insettifera.

È il momento della nostra prima cena ufficiale su suolo indiano, che consumiamo al Little Buddha Cafè, nel quale io ordino un sobrio riso al curry e una Maaza, prodotto di punta della Coca Cola Company in India al gusto di mango di cui i due amici tedeschi vanno ghiotti, ma che risulta un po’ troppo dolce per le mie papille. I menu indiani sono disseminati di piatti pseudo-italiani la cui lettura rallegra ogni nostro pasto. Qui offrono un’ottima Pizza agli Spinali Funghi e una deliziosa Pizza Callzone.
In ogni caso cominciamo a fare i conti con l’idea che passeremo una settimana da vegetariani, cosa dura da accettare per me che non mangio alimenti che comportino violenze su vegetali, ma d’altronde siamo in viaggio anche gastronomico e uno strappo alla regola è lecito (io tuttavia successivamente mangerò più o meno sempre lo stesso menu, che diventerà proverbiale, il Paneer Butter Masala).
Torniamo in albergo e pisoliamo.

Un flashforward ci porta al suono della sveglia alle 8,30 del mattino dopo, con una schiena un po’ dolorante per via delle assi di legno, ma tonificata da una ricca doccia fredda. In programma c’è una bella passeggiatona attraverso gli strapiombi per ammirare le incantevoli cascate di Rishikesh, che supererà i confini della passeggiata per sconfinare nel trekking e nell’alpinismo. Lungo il tragitto vivo alcuni degli attimi più bui degli ultimi anni a causa di un mix di fatica, scimmie, succo d’arancia trangugiato a colazione, sole e puzza di merda. Mi passa un po’ di vita davanti, ma finalmente giungiamo alle incantevoli cascate, che invero meritano, al punto che decido di tuffarmici assieme ai tedeschi, salvo rinunciare all’ultimo dopo avervi visto dentro un granchietto. Fine delle velleità naturalistiche.

Il brivido della scalata non ci basta e sulla strada del ritorno ci rechiamo presso l’agenzia Jumpin’ Heights per soddisfare il pallino del bungee jumping di Zoder e Nils. I due crucchi hanno voglia di emozioni forti e quest’agenzia conquista la loro fiducia perché il personale che assiste i saltatori è neozelandese e non indiano (ma solo nel video dimostrativo, si scoprirà al momento del salto). Io e Alessandro, per non essere da meno, prenotiamo la Flying Fox, che è un po’ la versione gay del bungee jumping, e consiste nell’essere legati a una carrucola e lanciati da un’estremità all’altra di una valle.

Pomeriggio e sera li dedichiamo a un placido giro per il centro di Rishikesh, la cui industria turistica abbiamo visto che si divide in due branche principali: abbiamo conosciuto quella degli sport estremi (rafting, salti vari nei burroni, kayak, slalom gigante tra lo sterco di mucca), e l’altra è quella della spiritualità, che si divide a sua volta in due sottocategorie: da una parte tutto ciò che riguarda il mondo dei guru, che crescono e pascono grazie a workshop dedicati alla folta e redditizia nicchia degli amanti di yoga, meditazione, massaggi ayurvedici con relativi olii, sesso tantrico, viaggio interiore etc, ma come acutamente sentenzia il buon Nils, “It’s all about shagging and taking drugs”; dall’altra parte c’è la vendita simoniaca di manufatti religiosi, come in una San Giovanni Rotondo in cui si può anche contrattare sul prezzo dei santini. Io ci prendo gusto e compro pupazzetti di divinità zoomorfe d’ogni foggia e guisa da distribuire in Italia sottoforma di dono.

Al tramonto ulteriori schizzi di induismo ci giungono addosso attraversando in barca il Gange da una sponda all’altra insieme a tanti vecchietti in preghiera felicissimi di vederci al punto da bagnarci a tradimento con gocce del fetido fiume (che ricordiamo in questi tratti è perfettamente settico, cioé le molecole di ossigeno sono del tutto sostituite da batteri fecali) chiedendoci poi “How do you feel?” “Good!”, rispondiamo noi.

Ci consola il menu serale, che offre tra le altre cose Pasta Quattro Stanghi e Spageti Puttanisca. Mangiamo un falafel circondati da tanti giovani che fumano impressionanti cannelloni in tutta libertà (nota per i bambini: in alcuni locali il consumo di droga è tollerato e su richiesta si possono anche ottenere drink speciali).









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