Sezione quarta: Rotture di gaths

Posted on December 3, 2011

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I nostri due amici tedeschi desiderano gettarsi da un burrone legati a un elastico per aumentare la propria secrezione di adrenalina. Se in Europa questa simpatica attività costa un bel po’, qui a Rishikesh è disponibile a un prezzo stracciato e ovviamente non ci lasciamo sfuggire l’occasione. Io e Alessandro non abbiamo il coraggio di fare bungee jumping, e optiamo per la versione effeminata, denominata Flying Fox. Il livello di virilità è però riequilibrato dallo spillino che ricevono in premio dopo il salto i due crucchi, con su scritto “I’VE GOT GUTS” (“Ho avuto fegato”), ma con la T di GUTS molto simile a una Y così da delineare un intrigante “I’VE GOT GUYS”.

Il ritardo del pulmino che doveva condurci di nuovo a valle dopo il folle salto scompagina i nostri programmi che prevedevano un suggestivo safari all’interno di uno dei giganteschi parchi nazionali dell’Uttarakhand, il Rajiji National Park, popolato da orsi, tigri, elefanti, cobra e pitoni in libertà. Arriviamo sul posto decisamente in ritardo, in prossimità dell’orario di chiusura, quando la maggior parte dei suddetti animali si era già ritirata nella propria dimora, e ci viene inizialmente negato l’accesso all’area. Zoder non ci sta e scalpita come un bambino per la voglia di vedere almeno un elefante. Gli indiani non se la sentono di rinunciare all’affare e rimediano in poco tempo una jeep e una guida per portarci in giro per il parco a fare sto cazzo di safari. In cambio di 4500 rupie (64 euro totali) vaghiamo per la boscaglia deserta riuscendo a scorgere nient’altro che cerbiatti e cinghiali di merda. Il non aver visto gli elefanti è stato un duro colpo, ma la guida si fa perdonare fermando la jeep in una radura e andando a raccogliere bacche da un cespuglio che tutti mangiano allegramente.
Allegria che si spegne nelle successive ore serali che costituiranno una vera e propria discesa negli inferi dello sconforto: la tappa successiva ad Haridwar, cui giungiamo in taxi, non si rivela entusiasmante quanto promesso dalla Lonely Planet. Certo ci sono i caratteristici gaths, i gradoni che scendono nel Gange adibiti alla preghiera, alle cremazioni, ma anche alla pulizia del corpo (?) e al bucato (?!). Affascinante, ma sciami di zanzare voraci ci allontanano militarmente da questa più suggestiva zona e ci conducono nel centro della città, che non è dissimile da una S. Antonio Abate post-apocalittica e che Nils non esita a definire “a shithole”.
Dallo sguardo che ci rivolgono gli autoctoni mi rendo conto che la presenza di occidentali qui è un evento. Non sapendo dove cazzo andare (abbiamo un treno in partenza dalla stazione centrale alle 23.50) adagiamo i culi intorno a un tavolino all’aperto di un sedicente Vegetarian Restaurant e mano a mano tutti i membri della famiglia che lo gestisce emergono dall’interno a guardarci, incuriositi dalla nostra presenza.

All’ora di punta le strade sono il solito caos magmatico di esseri umani, cani smunti e clacson ossessivi, ma c’è una new entry: i maiali. Il traffico è più assordante che mai ed è privo della benché minima regola se non quella di suonare il clacson. Pochi minuti dopo aver chiesto ai miei amici secondo loro quanto frequenti siano gli incidenti in India, manco a dirlo, assistiamo a un frontale tra due motociclette (nessun ferito) a pochi metri da noi, causato da uno che con le cuffie nelle orecchie non poteva sentire i clacson altrui.

Le insegne dei negozi hanno tutte una svastica in bella vista. Qui la svastica è un simbolo religioso benaugurante, e del resto è questa la sua connotazione originaria.
Stanchi e con il bisogno di comfort che comincia a insinuarsi, vaghiamo per locali cercando il meno sordido da utilizzare come cesso pubblico e la scelta ricade sullo squallido Big Ben Restaurant, nel bagno del quale ci dirigiamo a turno armati di carta igienica, per poi tornare a tavola a discutere delle bizzarrie intestinali avvenute. Uscendo dal cesso vedo un topo fare come se fosse a casa sua. Il cibo è pessimo e i camerieri dopo un po’ ci portano il conto di loro sponte per mandarci via, costringendoci ad accamparci in un’altra bettola in attesa del treno per Lucknow.
Quello che ci aspetta è un devastante viaggio notturno di 8 ore su un treno lercio a tal punto che ho sognato di leccare il sedile di un regionale Napoli – Roma via Priverno Fossanova. I treni indiani sono sempre strapieni e anche se ci eravamo mossi con largo anticipo avevamo trovato solo biglietti di seconda classe (al modico prezzo di 5 euro a testa). Io che ho sempre osteggiato l’uso dell’amuchina gel ora avrei voluto bermela. I bimbi piangono. Gli adulti tossiscono. Nell’aria la polvere, sul pavimento il liquido di scolo dei bagni.

Il mattino dopo Alessandro Bontempi dichiarerà: “Una delle esperienze peggiori della mia vita. Sembrava di essere su un vagone diretto ad Auschwitz”.
Nils Westerhaus: “Il peggior viaggio di sempre. Non ho dormito perché da un lato avevo gente che ha passato tutto il tempo a litigare. Poi mi giravo dall’altro e dovevo vedere te”.
Christoph Zoder invece ha dormito per tutto il viaggio, salvo essere svegliato all’alba dal pianto di un neonato. A un certo punto lo si è visto alzarsi, farsi strada a calci tra donne e bambini e sparire per un po’. Al suo ritorno la conferma dell’atroce sospetto: sì, Zoder ha cacato a bordo.


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