Scompartimento quinto: Dal principe Alì

Posted on December 4, 2011

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Il racconto del nostro safari umano da capitalisti che fanno sciacallaggio tra la miseria umana sta valicando i confini del buon gusto. Ok, finora è stato divertente andare presso i derelitti del mondo, sfottere le loro usanze e deridere il loro sistema igienico-sanitario, però adesso anche basta.
Essere considerati addirittura delle grandi autorità estere, come successo nel villaggio di Mahmoudabad, la nostra successiva tappa, sembra francamente troppo.
Zoder ha conosciuto tempo addietro in Siria Alì, un ragazzo della nostra età, figlio del rajà Amir, re/podestà/sacerdote di questo villaggio musulmano sciita alle porte di Lucknow, nello stato dell’Uttar Pradesh. Reduci dall’impegnativo viaggio in treno, saremo ospiti nel suo palazzo, presso cui giungiamo accompagnati da un’autista di corte venutoci a recuperare.
Il palazzo è una specie di grande fortezza coloniale inglese ed è sede di tutte le attività politico/religiose del villaggio. Siamo proprio nei giorni in cui si festeggia il Moharram, ricorrenza che commemora la morte in battaglia del nipote di Maometto. La vita sociale del villaggio si articola intorno a queste celebrazioni che durano per un mese all’anno. Questa festività è comune a tutto l’islam, ma è la frangia sciita che la celebra in grande stile, nella maniera più particolare proprio nella zona di Lucknow dove ci troviamo noi. È la famiglia di Alì che organizza i festeggiamenti a Mahmoudabad. Il principe ci racconta che desidera preservare nel tempo le tradizioni secolari della sua famiglia che rischiano di venire dimenticate in nome della razionalità e dell’illuminismo.
È stata predisposta una stanza apposta per noi e ci viene offerto un delizioso tèlatte in un vasetto d’argilla. L’ambiente è molto spartano, ma abbiamo a nostra disposizione la servitù di corte per ogni nostro desiderio. Mentre il principe è impegnato nell’organizzazione della festa, noi quattro ospiti pranziamo intorno a una tavola rotonda e in un clima surreale i servi a turno ci riempiono i piatti delle leccornie locali (tutto ottimo). La situazione è molto imbarazzante e a nulla vale manifestare la volontà di servirci da soli, a ogni piatto svuotato i servi tornano a riempirceli e così via finché non diciamo basta. Le bottiglie d’acqua vengono portate a tavola ancora sigillate e aperte davanti a noi per testimoniare igiene e serietà a misura di ospite diffidente. A fine pasto c’è un altro apposito servo che ci lava le mani con una brocca d’acqua.
Andiamo a fare un giro per il villaggio. La gente del posto ci guarda più incuriosita del solito, con riverenza perché siamo amici del principe, il quale a sua volta grazie a noi può fare bella mostra di conoscere persone occidentali.
Giunta la sera, il popolo del villaggio si riversa in processione nei cortili del palazzo e la cosa che più colpisce sono i giovani che si autopercuotono il petto con violenza inaudita fino a sanguinare (per solidarietà con Hussein, il nipote di Maometto morto etc etc). Ovviamente parlo con rispetto di queste forme di culto solo perché sono rimasto a scroccare da questa gente per due giorni.

Una volta confluita all’interno dei cortili tutta la processione, i giovani corrono ad appoggiare sulla facciata del palazzo grandi pali di legno con stemmi e stendardi verdi, alti anche venti metri, che i due tedeschi definiscono “giganti asparagi”. Intanto noto che i servi del principe sono delle autorità tra il popolo, che li saluta con profondi inchini.
Per tutto il tempo in cortile siamo ovviamente noi gli osservati speciali. Dei ragazzini mi avvicinano e il più coraggioso del gruppo mette insieme a fatica tutto l’inglese che conosce per chiedermi emozionato come mi chiamo e da dove vengo. Io gli rispondo, lui probabilmente non capisce, ma mi ringrazia con tutto il cuore: “Thank you, sir!”.
Successivamente ci si raduna ad assistere a un sermone cantato di Alì in lingua urdu che ripercorre gli eventi della battaglia in cui morì quello là, ma che nessuno ascolta: tutti si distraggono dal sermone, che non ho dubbi sia noiosissimo, e si girano verso di noi, lì seduti in un angolo. Io per la stanchezza sono in quella fase in cui combatti contro l’abbiocco senza riuscire ad evitarlo, e ho due pericolosi cedimenti davanti a tutti. Non è un bel messaggio da trasmettere, così prendo la decisione di tornare in stanza a dormire, dove già pisola Nils, con Alessandro al mio seguito. La servitù ci ha amabilmente fornito uno zampirone gigante, quindi per una sera possiamo evitare lo spray formato CIF portato da Alessandro.
Zoder invece rimane ai festeggiamenti e ri-cena, da vero scroccone, nella fase successiva in cui il rajà dona pane e carne al suo popolo, definitiva conferma di trovarci in una indiana Ceppaloni. Al suo ritorno Zoder racconterà di aver addirittura firmato un autografo.

Per puro spirito documentario, il culmine dei festeggiamenti si raggiungerà nei giorni successivi con l’interramento di una miniatura del santuario di Hussein, il solito nipote di Maometto bla bla, ma noi non ci saremo.

Il mattino dopo, Alì ci mostra la sterminata libreria diroccata del palazzo, piena zeppa di libri dei suoi antenati lasciati purtroppo a marcire (i libri, non gli antenati), e ci chiede di lasciare su un quaderno un commento sulla nostra permanenza a Mahmoudabad. Sfogliando il quaderno scopriamo che i visitatori occidentali di questo posto sono stati relativamente numerosi. Alì spiega che vorrebbe rendere il palazzo in cui siamo stati un luogo di studio che attragga chi ha voglia di fare esperienza in prima persona delle tradizioni secolari della sua famiglia, che devo dire inquietanti ma non macchiettistiche o contaminate dal becero turismo.

È il momento dei saluti, viene a congedarci anche il padre di Alì, il rajà, figura indubbiamente carismatica, e si scusa per non essere potuto stare con noi essendo impegnato con le celebrazioni. Alì si informa sulla nostra destinazione successiva (Lucknow) e ci assegna una Jeep governativa (con tanto di bandierina dell’India) con relativo autista, che in due ore di rettilineo ci conduce alla meta, tutto acceleratore e clacson, rischiando di schiacciare sul posto svariati esseri viventi.
Ci scorta in città fino all’infido Hotel Elora, ove abbiamo scelto di permanere questa sera.
Dopo le emozioni del villaggio, adottiamo un basso profilo e ci dedichiamo a un modesto shopping e a una placida cena in un ristorante dove finalmente è disponibile carne, oltre a Biscialmella al Funghi e Penne Boscaila.
In seconda serata non poteva mancare una serata al cinema, dove ammirare sonnecchiando un torrenziale musical bollywoodiano, prima di partire il mattino dopo alla volta di… [climax musicale] Varanasi [stacco su nero].


GALLERIA FOTO

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