Settore sesto: Varanasi non è un enzima

Posted on December 5, 2011

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Un tabellone scritto a pennarello annuncia che il treno per Varanasi ha due ore e mezza di ritardo. A un tavolo del bar della stazione di Lucknow, nell’attesa, facciamo amicizia con il giovane Ashish, un ragazzo di venticinque anni (ne dimostra molti di più), con il quale discutiamo di politica, religione e tradizioni indiane. Ashish sta per compiere un viaggio per andare a conoscere la sua futura moglie, o meglio, la potenziale futura moglie, dal momento che il matrimonio si farà, dice, solo se si piaceranno e andranno d’accordo. In realtà non sappiamo quanta voce i due abbiano effettivamente in capitolo, dal momento che gli accordi sono stretti dalle famiglie dei futuri coniugi tramite una sorta di oroscopo (che cela ovviamente ragioni di carattere economico). Il colloquio prosegue con Ashish che prefigura una nuova guerra mondiale con protagonista l’India che sgancia bombe atomiche sulla Cina.
A bordo del treno, più comodo e pulito di quello preso in precedenza, viaggiamo sonnecchiando con un altro ragazzo che sta andando a conoscere la sposa predestinata (si vede che è periodo).

Giungiamo così a Varanasi, città sacra per gli induisti, che fanno di tutto per venirci a morire quando sanno che è giunta la loro ora. Per le labirintiche viuzze del paese, in cui si respira odore di cibo e di morte, tra i molti turisti, spesso capita di vedere piccoli drappelli di persone che trasportano barelle con un cadavere da mandare al rogo su uno dei gath.
È ora di cena e andiamo al Lotus Restaurant. Essendo la città meta di molti turisti, il ristorante offre anche della carne. Alloggeremo invece nella Shanti Guest House, un ostello abbastanza spartano con una bella vacca a sorvegliare l’entrata. Il nostro bagno è comunicante a quello di un’altra stanza dal quale durante la notte sentiamo distintamente un australiano vomitare in seguito all’ingestione di chissà cosa, ma la cosa non meraviglia, dal momento che la sera prima, a passeggio sui gaths, un tizio ci ha offerto  tutti i tipi di droga conosciuti, alcuni dei quali avevo sentito nominare solo nelle serie tv.

Al mattino la sveglia è alle ore 5.00. L’ostello organizza giri in barca nel Gange negli orari in cui sui gaths si svolgono i rituali più estremi, sì, quelli con i morti, ad uso e consumo dei turisti come in uno zoo o un documentario vissuto dal vivo in 3D. Il barcaiolo è un simpatico giovane che ha imparato l’inglese parlando con i turisti e che lungo il tragitto fa anche da guida. In un clima acherontico, ci spiega che morire a Varanasi concede all’induista il bonus per liberarsi per sempre del fastidioso ciclo delle reincarnazioni, cioé far sì che la propria anima smetta di vagare all’infinito di paramecio in furetto in opossum in Fabio Fazio in uomo per migliorare il proprio karma raggiungendo finalmente la pace.
A seconda delle proprie disponibilità economiche si può scegliere di bruciare in un forno a legna o elettrico. Qualche marajà si è fatto addirittura costruire un palazzo in riva al Gange per avere un posto in prima fila per morire.
In ogni caso, le ceneri di tutti, ricchi e non, vengono gettate nel Gange. I cadaveri dei bambini, dei vaiolosi, dei lebbrosi e delle vittime di morsi di cobra non vengono bruciati, ma sono gettati direttamente nel Gange. Le carogne degli animali si gettano nel Gange. Tutti i rifiuti e gli scoli della città confluiscono nel Gange. Il barcaiolo enumera una serie infinita di cose che invariantemente vengono gettate nel Gange. Eppure a pochi metri dalla nostra barca possiamo vedere che nel Gange i fedeli si tuffano e si lavano beati la faccia e i denti sciacquando e risciaquando, lo bevono, ci nuotano, e sviluppano, credo, il sistema immunitario più potente presente in natura.
Scorgiamo alcuni bambini che pescano con una lenza. Il barcaiolo ci spiega che non cercano pesci (dubitiamo ce ne siano): all’estremità della lenza c’è una calamita che serve a recuperare gioielli e monete varie con cui vengono addobbati i morti dai parenti prima di essere bruciati e tuffati nel fiume. Più in là ecco dei lavatori che nel Gange lavano le lenzuola (anche quelle del nostro ostello).
Il resto del tempo a nostra disposizione lo passiamo di vicolo in vicolo e Alessandro rischia di essere travolto da un paio di tizi su uno scooter in corsa che accennano appena a rallentare infastiditi. Pranziamo in un ennesimo ristorante scelto a caso. Io rinuncio al solito Paneer Butter Masala dopo aver visto in un vicolo come veniva prodotto il Butter. Nils Westerhaus, con l’intestino in subbuglio per via del cibo piccante, ordina un piatto “not so spicy” e il cameriere per l’ennesima volta capisce il contrario. Zoder, aiutato da Alessandro, per un quarto d’ora cerca di capire se la sua limonata contiene esseri viventi.
Come abbiamo visto anche ad Haridwar, la presenza di svastiche ovunque per le strade, nei ristoranti e nelle catapecchie fa intendere che questo simbolo (peraltro giustamente) non venga associato minimamente a nessun evento accaduto in Europa negli anni ‘30 e ‘40. Si ha la sensazione di essere talmente lontani che se Hitler, o Cristo, o Galileo non fossero mai esistiti, forse la storia non avrebbe generato noi, ma non sarebbe cambiata di una virgola la catena di eventi che ha portato questo signore vestito di stracci in questo istante qui, in questo locale sordido a mangiare un pugno di riso sporco affondandolo in gola con la sola mano destra, con ad attenderlo fuori la stessa vacca randagia denutrita e ricoperta di fango che c’è ora.
Durante un ultimo giro sui gaths prima di partire, come da copione veniamo assaliti da barcaioli che ci offrono un giro in barca, noi rispondiamo di no, che abbiamo un volo, e uno di loro rilancia prontamente dicendo che la sua è una barca volante. Rifiutiamo comunque: è giunto il momento di salutare Zoder e Nils, che si sposteranno per altre due settimane più a sud, tra Mumbai, capitale industriale dell’India, e la balneare Goa, che offriranno loro sicuramente un volto del paese molto diverso da quello che abbiamo visto noi in queste zone di sottoproletariato agricolo pre-rivoluzione industriale.

Quindi ci accingiamo ad abbandonare l’India con aperti mille interrogativi etico-politici su ricchezza, fame, povertà, capitalismo, democrazia, felicità, ambizioni, miseria.
Prendiamo un ultimo risciò e ci immergiamo per l’ultima volta nel caos del traffico indiano, alla volta dell’aeroporto di Varanasi, tra imbottigliamenti impossibili, clacson, strade inquinatissime imboccate contromano, dossi vertiginosi e incidenti sfiorati di un nulla.

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